La storia
Una storia di esilio
Nabucco è il nome italiano di Nabucodonosor, re di Babilonia, che nel 586 avanti Cristo conquistò Gerusalemme, ne distrusse il Tempio e deportò gli Ebrei nella sua capitale. È la vicenda raccontata nell'opera di Verdi. Nella terza parte i prigionieri sono al lavoro lungo l'Eufrate, il grande fiume di Babilonia. Lontani da casa e senza speranza di tornarci, affidano al pensiero il viaggio che non possono fare. Da qui nasce l'immagine con cui il coro si apre: il pensiero che vola verso la patria su ali d'oro.
Il testo in parole semplici
Il libretto è scritto nell'italiano poetico dell'Ottocento, e qualche parola oggi suona difficile. Strofa per strofa, il senso è questo.
Nella prima strofa il pensiero vola fino ai pendii e alle colline della patria, dove l'aria è dolce, tiepida e profumata. Nel libretto a stampa l'aria era «libera»; Verdi, mettendo il testo in musica, preferì «tepide».
Nella seconda il pensiero porta un saluto al fiume Giordano e alle torri abbattute di Sion, cioè Gerusalemme. Poi arriva il grido che tutti ricordano: patria bella e perduta, ricordo caro e insieme doloroso.
Nella terza gli esuli si rivolgono all'arpa d'oro dei profeti, i «fatidici vati», appesa muta al ramo di un salice. Le chiedono di tornare a suonare, di riaccendere i ricordi e di raccontare il tempo passato.
Nella quarta «Sòlima» è ancora Gerusalemme, dal suo antico nome greco. L'arpa suoni un lamento per la sorte della città distrutta, oppure Dio ispiri un canto, il «concento», che dia la forza di sopportare il dolore.
Una pagina della Bibbia
L'immagine dell'arpa appesa ai salici non è un'invenzione del librettista. Temistocle Solera la prese dal Salmo 137, che nella tradizione latina comincia con le parole Super flumina Babylonis, «sui fiumi di Babilonia». Il salmo racconta proprio gli Ebrei esuli che piangono ricordando Sion e smettono di suonare i loro strumenti. Solera ne fece un coro di quattro strofe in rima, scritto per essere cantato da un'intera folla.
Come suona
Il Va, pensiero comincia con una breve introduzione dell'orchestra: suoni sommessi e misteriosi, interrotti da un improvviso tremolo degli archi, poi flauto e clarinetto in pianissimo. Quando entra il coro, il canto è dolce e raccolto. Si accende di forza all'invocazione dell'arpa, «Arpa d'or dei fatidici vati», poi torna a calmarsi e si chiude in un pianissimo, come un'ultima speranza sussurrata. Verdi lo scrisse in una tonalità insolita, Fa diesis maggiore, e lo pensò per coro misto, con voci femminili e maschili.
Il libretto che cadde aperto
Verdi scrisse il Nabucco nel momento più buio della sua vita, dopo la morte della moglie e dei due figli. Aveva quasi deciso di abbandonare il teatro. Fu l'impresario della Scala, Bartolomeo Merelli, a convincerlo a leggere il libretto di Solera. Anni dopo, nel 1879, Verdi raccontò all'editore Giulio Ricordi che, tornato a casa, aveva gettato il manoscritto sul tavolo: il libro, cadendo, si era aperto proprio sul verso «Va, pensiero, sull'ali dorate». È una scena bellissima, scritta però quasi quarant'anni dopo. Di quei mesi restano pochi documenti, e gli aneddoti hanno riempito i vuoti. Una cosa è certa: il Nabucco andò in scena alla Scala il 9 marzo 1842 e fu il primo grande successo di Verdi. Lui stesso disse che con quell'opera era davvero cominciata la sua carriera.
Il bis che non ci fu
Per molto tempo si è raccontato che la sera della prima il pubblico chiese di riascoltare il Va, pensiero. Gli studiosi che hanno preparato l'edizione critica dell'opera, guidati dal musicologo Roger Parker, hanno scoperto che il bis ci fu davvero, ma per un altro coro: «Immenso Jehovà», l'inno di ringraziamento che gli Ebrei cantano senza orchestra nel finale. Il Va, pensiero diventò il brano più amato del Nabucco poco a poco, negli anni e nei decenni successivi.
L'addio a Verdi
Verdi morì a Milano il 27 gennaio 1901 e chiese funerali semplicissimi, «senza canti e suoni». Secondo le cronache, all'alba del 30 gennaio la folla lungo il percorso intonò comunque il suo coro. Un mese dopo, il 27 febbraio, Verdi e la moglie Giuseppina Strepponi furono trasferiti nella Casa di Riposo per Musicisti, che il compositore aveva fatto costruire per i musicisti anziani. In testa al corteo, seguito secondo le cronache da circa trecentomila persone, oltre ottocento voci dirette da Arturo Toscanini cantavano il Va, pensiero.
Un coro che il pubblico canta
Pochi anni dopo, nell'aprile del 1907, il Coro della Scala lo incise a Milano per la casa discografica Gramophone. Da allora il Va, pensiero non ha più lasciato né i teatri né i dischi. Ed è uno dei rari brani d'opera che il pubblico sente come proprio. Il 12 marzo 2011, all'Opera di Roma, Riccardo Muti accolse la richiesta di bis, cosa per lui rarissima, e invitò la sala a cantarlo insieme al coro. Il teatro si alzò in piedi e cantò.
Alla prima del 1842 il bis andò a un altro coro. Il Va, pensiero se l'è guadagnato con il tempo.


